Oltre al Miele

 

Il Polline

Cos’è il polline?

Il polline è costituito da una moltitudine di granuli microscopici contenuti nei sacchi pollinici delle antere dei fiori e ha l’aspetto di una polvere diversamente colorata a seconda del fiore. Questi granuli sono le cellule riproduttrici maschili della pianta. Questa polvere viene facilmente trasportata dal vento e riesce a raggiungere gli organi femminili dei fiori (pistilli).
L’altro mezzo di impollinazione, e cioè di dispersione del polline e fecondazione dei fiori, è dato dalle api e da altri insetti pronubi. In cambio del nettare che le attira verso i fiori,  le api trasportano il polline di pianta in pianta. Ma anche il polline stesso è oggetto di interesse alimentare da parte delle api. Se il nettare viene utilizzato come alimento energetico, il polline è l’indispensabile sostanza proteica che permette la riproduzione e la crescita all’interno dell’alveare.
Struttura e qualità di una cellula di polline
La cellula del polline, o granello di polline, è la cellula fecondante della pianta. Essa contiene due nuclei: uno formerà il frutto, l´altro il seme. La cellula è protetta da vari strati che insieme costituiscono sistemi complementari di protezione. L´intina, che avvolge la cellula, ha una struttura costituita da fibre di cellulosa che offre una protezione meccanica contro lo schiacciamento; la sua superficie esterna presenta forme  proprie per ogni specie e varietà. E’ questa varietà di forme che consente di  identificare l´origine botanica  del polline, così come l’origine floreale dei mieli, che conservano sempre traccia dei pollini di provenienza. Inoltre l´intina, essendosi fissata in alcuni terreni,  permette di identificare la vegetazione presente al momento della formazione del terreno in occasione di scavi archeologici. La funzione dell´intina è quella di trattenere l´exina. L´exina è costituita da sostanze grasse solidificate, colorate, ricche di caroteni, aromi, polifenoli, fitosteroli, flavonoidi e vitamine liposolubili antiossidanti. Essa è il concentrato di molecole che il regno vegetale utilizza  per proteggersi dall´ossidazione, dall´attività nociva della luce e dal disseccamento. Per lo più queste molecole sono preziosi micronutrienti  con forte potere antiossidante.
Come viene raccolto, elaborato e conservato dalle api
Il procedimento con cui le api operaie raccolgono il polline è affascinante. Prima di uscire per bottinare, le api riempiono l´esofago di nettare prelevato dalle scorte dell’alveare. Giunte sul fiore, raccolgono il polline grazie ad “attrezzi” particolari di cui sono dotate. Tramite la peluria che le ricopre e a spazzole di peli rigidi che hanno sulle zampe, le operaie recuperano la polvere di polline riducendola in palline che poi trasportano nelle “cestelle del polline”, costituite da lunghe setole arcuate situate nel le zampe posteriori. Per assicurare l’aderenza e la compattezza delle palline, utilizzano il nettare che avevano prelevato all’uscita.  I fermenti presenti nel nettare provocano un´inseminazione nelle pallottoline.

Le api devono custodire un alimento straordinario, più ricco in proteine della stessa carne e del pesce e che proprio per questa sua ricchezza è molto delicato poiché gli stessi microrganismi di cui è ricco potrebbero danneggiarlo. L´ape produce il polline alla temperatura dell’alveare, che è di 36°C, una temperatura che, insieme con una elevata umidità, consente lo sviluppo delle larve impedendo a loro e al loro nutrimento (la pappa reale) di seccarsi. Temperatura e umidità che potrebbero però rendere difficile la conservazione del polline.  Per conservarlo, le api allevano dei fermenti lattici e alcuni lieviti nel nettare immagazzinato vicino alla covata. Questo procedimento microbico, costituito da 5-8 fermenti e da 3 lieviti, ha il compito di impedire qualunque putrefazione batterica del polline. Una pratica, degna di un procedimento industriale, che è patrimonio dell´ape da milioni di anni. Il polline così elaborato dalle api e immagazzinato nei favi prende il nome di pane d’api.

Come viene raccolto dall’apicoltore

Per intercettare le palline di polline raccolte e trasportate dalle api, l’apicoltore applica all’ingresso dell’alveare una “trappola da polline”: per entrare nell’alveare l’ape attraverserà delle restrizioni che ne permetteranno  il passaggio solo a patto di perdere le palline. Staccandosi, esse cadranno in un cestello sottostante dove verranno successivamente raccolte dall’apicoltore. La trappola da polline non intercetta la totalità del polline, così alle api non verrà a mancare il nutrimento. Esse potranno passare, per esempio, con palline di polline molto piccole. Siccome comunque la trappola rallenta l’attività di rientro delle api, essa viene applicata in modo mirato solo nei periodi dove si prevede un forte raccolto di polline.

Il problema della conservazione: essicazione, congelazione o deumidificazione

La scoperta del polline come alimento si deve alle ricerche, negli anni 50, del professor Rémy Chauvin. Egli studiò il polline allo stato fresco, ma poi per anni il metodo principale di conservazione del polline è consistito nell’essicazione, che distrugge la maggior parte dei principi nutritivi (quasi il 90%) oltre che la fragranza delle caratteristiche organolettiche. Negli anni 90, è stato Patrice Percie du Sert a sottolineare l’importanza di conservare il polline allo stato fresco per conservarne integre le qualità, mettendo a punto un procedimento di congelazione e conservazione in vaschette sotto azoto liquido.   Un compromesso tra i due metodi è dato dalla deumidificazione a bassa temperatura, che, se non raggiunge l’eccellenza di conservazione della congelazione (circa l’80%), consente però indubbi vantaggi rispetto al trasporto e alla distribuzione.

Ricchezza alimentare

Il polline allo stato fresco può contenere da 1 a 10 milioni di  fermenti lattici per grammo, fermenti che hanno un benefico effetto sulla flora intestinale e il transito. Contiene anche fibre, che contribuiscono a regolarizzare le funzioni intestinali. A seconda della provenienza floreale, il polline contiene in diversa misura beta-carotene (che l’organismo trasforma in vitamina A), vitamine del gruppo B, vitamina E, vitamina C, minerali (calcio, zinco, magnesio e fosforo), flavonoidi e fitosteroli.

Sono possibili allergie o intolleranze al polline?

Allergie e intolleranze sono fenomeni diversi, entrambi in crescita nella popolazione adulta dei paesi industrializzati. In Italia riguardano soprattutto frutta e verdura e in particolare mela, pesca, kiwi, noci, arachidi, pomodoro e sedano. Ma possono riguardare anche latte, pesce, arance, uova, soia, crostacei.
Le allergie sono molto meno frequenti delle intolleranze alimentari (circa 20 casi su 100). I sintomi si manifestano rapidamente e violentemente dopo l’ingestione di cibo, quindi è facile riuscire a collegarli alla causa. Esistono inoltre test cutanei di allergia, per individuarle.
I sintomi sono simili a quelli di chi soffre di allergie da polline: arrossamenti della pelle con prurito, problemi respiratori (riniti, congiuntiviti, asma), nausea, vomito, diarrea.
Le intolleranze compaiono dopo un lungo periodo di tempo, cioè fino a che l’organismo ha raggiunto un limite nel tentativo di produrre meccanismi compensatori di tolleranza per un certo alimento. I disturbi sono gli stessi delle allergie, ma meno acuti. Possono riguardare latte e latticini, lieviti, frumento, olio d’oliva, olii vegetali.
In entrambi i casi si prescrive l’esclusione dell’alimento dalla propria dieta.
I pollini raccolti dalle api  non sono quelli trasportati dal vento, come quelli di conifere o graminacee, e che danno di solito origine a manifestazioni allergiche respiratorie. Le piante che hanno scelto le api come strategia di disseminazione producono un polline privo di allergene, ma molto ricco di micronutrienti dai benefici effetti.
Però c’è dall’uno al due per mille della popolazione che è allergica ai pollini raccolti dalle api. In genere si tratta di persone che hanno allergie generalizzate, che reagiscono cioè a più di otto-dieci allergeni.
Si può tentare di mettere in bocca pochi granuli di polline e tenerli per un po’ senza deglutire. Se si nota un ispessimento e/o un’infiammazione della mucosa della bocca significa che c’è reazione e non bisogna consumare polline. Se la gola pizzica o la voce diventa roca per un breve lasso di tempo, è solo un effetto momentaneo che, d’altra parte, è benefico per le corde vocali.
C’è poi il 2% di persone che hanno una specifica intolleranza alimentare al polline: questo provoca dei dolori alla pancia, delle nausee, ma non è un problema di tipo allergico, devono solo aspettare che passi. Alcuni riescono a superare questo problema assumendo il polline in piccole quantità che diventano poi crescenti, altri hanno un problema solo con un tipo di polline, da qui l’interesse di poter disporre di pollini monofloreali. E c’è chi comincia solo dopo molto tempo a manifestare un’intolleranza. In genere sono quindi intolleranze alimentari, che possono essere definitive o temporanee, più che allergie.
Le persone allergiche al polline anemofilo possono, senza alcun problema, sfruttare l’altissimo valore alimentare del polline raccolto dalle api. E’ necessaria solo un po’ di prudenza nel caso siano allergiche a un gran numero di allergeni. Altrimenti potranno ricavarne un gran beneficio e le loro reazioni allergiche diminuiranno di intensità.

La Pappa Reale

Che cos’è la pappa reale

La pappa o gelatina reale è un prodotto di origine animale, secreto esclusivamente dalle api operaie nutrici, quindi in età compresa tra il 5° e il 14° giorno di vita adulta, come secrezione di alcune ghiandole poste sul loro capo.
Si tratta di una sostanza di natura proteica, di color giallo chiaro, dall’odore caratteristico e di sapore acidulo-zuccherino, la cui produzione è conseguenza di una supernutrizione di polline da parte delle api.

E’ un alimento somministrato a tutte le giovani larve fino al terzo giorno di vita e in seguito riservato soltanto a quelle che dovranno diventare le api regina, mentre le altre (futuri maschi e operaie) riceveranno una mescolanza di miele e polline.
Tenendo presente che una regina ha un ciclo vitale di oltre cinque anni, mentre un’operaia di 45-90 giorni circa, la differenza è determinata essenzialmente dall’alimentazione dell’ape regina.

Dove si trova la pappa reale

La pappa reale è prodotta dagli apicoltori in quantità attraverso un inganno delle api operaie, le quali cominciano a produrre la pappa per un gran numero di regine, delle quali, al termine della raccolta, sopravviveranno solo poche.
Il procedimento consente di raccogliere solo pochi grammi di pappa reale, a fronte di lunghe ore di lavoro dell’apicoltore, da qui i costi considerevoli del prodotto. La raccolta  dagli alveari avviene per raschiatura manuale effettuata con utensili non metallici o per suzione attraverso tubicini di vetro.
La pappa reale grezza è posta in contenitori di vetro sterili fino a che non raggiunge una quantità sufficiente per la lavorazione.
La pappa è, quindi, filtrata per rimuovere le impurità e, poi, raffreddata in speciali contenitori o liofilizzata.
La pappa reale è presente in commercio fresca e conservata in frigorifero, oppure liofilizzata e proposta in vari formati: capsule, polvere, fiale.

Storia della pappa reale

Mentre il miele è conosciuto fin dall’antichità, bisogna arrivare fino alla metà del XVII secolo per conoscere la pappa reale.
Il primo che ne parlò fu lo scienziato olandese J. Swammerdan, che ne descrisse il sapore. Successivamente Reamur fisico francese, ne parlò nei suoi scritti sulla “Storia degli insetti”, descrivendone anch’egli il sapore.
Nel 1788 il naturalista svizzero F. Huber “battezzò” con il termine gelatina reale “la sostanza biancastra con cui sono nutrite le api regine”. Un secolo più tardi, Perez scoprì che il prodotto veniva somministrato a tutte le larve d’ape nei primi 3 giorni di vita. La somministrazione continuava, invece, negli individui destinati a diventare api regine.
Nel 1912, lo studioso tedesco J. Langez, attribuì con precisione la provenienza di questa secrezione alle ghiandole ipofaringee delle api nutrici.
In Italia la produzione di pappa reale iniziò negli anni 1960-1965, continuò per tutti gli anni ’70, fino a scomparire, quasi totalmente, negli anni ’80 a causa delle ingenti importazioni di pappa reale provenienti dai paesi asiatici, Cina in testa; ora, dopo molti anni, la produzione italiana sta riprendendo vita.

Proprietà della pappa reale

I costituenti principali della pappa reale sono acqua, proteine, zuccheri, lipidi e sali minerali. Anche se presentano delle variazioni notevoli, la composizione della gelatina reale rimane relativamente costante confrontando alveari diversi.
L’acqua compone circa i due terzi della gelatina reale fresca ma analizzando il peso secco, le proteine e gli zuccheri sono le frazioni di gran lunga più rappresentate.
Le proteine compongono in media il 73.9% in peso; una gran parte della quale sottoforma di aminoacidi, sia allo stato libero sia combinato. Tutti gli otto amminoacidi essenziali per l’uomo sono presenti.
Gli zuccheri comprendono principalmente fruttosio e glucosio in proporzioni relativamente costanti, simili al loro contenuto nel miele, il fruttosio quindi prevale. In molti casi il fruttosio e il glucosio rappresentano assieme il 90% degli zuccheri totali mentre il contenuto di saccarosio varia considerevolmente da un campione all’altro.
Il contenuto lipidico è, da molti punti di vista, una caratteristica molto interessante della gelatina reale. La frazione lipidica è costituita per l’80-90% in peso da acidi grassi liberi con strutture molecolari insolite nonché rare. Essi sono principalmente acidi grassi idrossilati o acidi dicarbossilici a corta catena comunemente contenuti in alimenti di origine animale e vegetale.
Questi acidi grassi sono responsabili della maggior parte delle proprietà biologiche associate alla gelatina reale.
I sali minerali contenuti in maggior quantità sono, in ordine decrescente K, Ca, Na, Zn, Fe, Cu e Mn, con una forte prevalenza del potassio.
Le vitamine presenti in grande quantità sono la Tiamina (B1), Riboflavina (B2), Nicotinamide (B3 o PP), Acido Pantotenico (B5), Piridossina (B6), Mesoisositolo (B7), Biotina (Be o H), cido folico (B9). Presenti in piccolissime quantità sono la Vitamina A, Vitamina C, Vitamina D, Vitamina E.
Altri costituenti sono l’Acetilcolina, un fattore antibatterico e antibiotico, prodotto durante la  digestione delle api di melata, nettare e polline.

La Propoli

La propoli è una sostanza resinosa prodotta dalle api che viene raccolta dalle piante e poi trasformata dagli insetti utilizzando cera, polline ed enzimi per difendere l’alveare da attacchi fungini e batterici. Questo prodotto totalmente naturale è estremamente benefico per il nostro organismo. Il prodotto è il risultato dell’estrazione di una materia grezza (la sostanza prodotta dalle api) che appena raccolta è immersa in una soluzione di acqua e alcool per 21 giorni al riparo dalla luce e, in seguito, filtrata. Può essere utilizzata in caso di afte e irritazioni della mucosa orale, come disinfettante e cicatrizzante per piccole ferite (è in grado di promuovere la rigenerazione dei tessuti), per trattare l’herpes e la comparsa di micosi. C’è chi la utilizza in maniera preventiva per rafforzare il sistema immunitario.

Cera d’Api

La cera d’api, seppur meno conosciuta del miele, del propoli, del polline e della pappa reale, è uno dei prodotti dell’alveare più ricco di benefici: le proprietà della cera d’api sono così numerose che questa preziosa sostanza si utilizza ancora oggi in vari settori.

Come  viene prodotta la cera d’api:

Mentre molti insetti costruiscono i loro nidi utilizzando materiali raccolti nell’ambiente (come fibre vegetali, fango, intonaci), le api producono da sole il loro materiale da costruzione: la cera. Con essa costruiscono le strutture interne all’alveare: i favi, formati da celle esagonali che serviranno sia allo sviluppo delle api dall’uovo all’adulto, sia ad  immagazzinare il polline e il miele. Come per molti altri lavori dell’alveare, la produzione della cera e la costruzione di favi è affidata ad api di una specifica fascia d’età, e cioè dal decimo giorno di vita fino a circa il diciottesimo: questa capacità coincide infatti con lo sviluppo di particolari ghiandole dette ceripare, che si trovano nell’addome. Dopo il diciottesimo giorno di vita esse cominciano ad atrofizzarsi e l’ape si predispone a svolgere altre attività all’interno dell’alveare.
La cera viene prodotta a partire da una trasformazione degli zuccheri contenuti nel miele. Si ritiene che le api impieghino circa dieci grammi di miele per produrre un grammo di cera: una parte degli zuccheri serve come materiale da costruzione, l’altra come combustibile per fornire l’energia necessaria alla sintesi. Piccole scagliette di cera vengono trasudate da aperture addominali, prelevate con le zampette, portate alle mandibole dove vengono masticate per ammorbidirle e poter essere modellate. Le api, per costruire la struttura di un favo in condizioni naturali (cioè in un ambiente vuoto, senza il foglio cereo prestampato solitamente fornito dall’apicoltore), si agganciano l’una all’altra con le zampette, creando delle vere e proprie impalcature.

Caratteristiche della cera d’api

La cera è una complessa miscela, chimicamente stabile, di sostanze organiche (circa 300) di carattere grasso: idrocarburi, acidi, alcoli e in maggior proporzione esteri. Si presenta, nel momento della secrezione, di un colore bianco traslucido. Può poi assumere una vasta gamma di colorazioni, dal giallo chiaro all’arancio scuro, a seconda dei colori delle sostanze oleose contenute nei pollini di diversi fiori bottinati dalle api, che in essa si sciolgono. Il girasole conferisce per esempio alla cera una tonalità giallo oro, la sulla una tonalità aranciata, l’acacia una tonalità bianca. Un inscurimento avviene, sempre nell’alveare, per contaminazione con la propoli e con residui dei bozzoli lasciati dalle larve sui fondi delle celle, e, successivamente, a causa del calore impiegato per l’estrazione o del tipo di metallo dei recipienti in cui viene fusa o conservata (se in ferro, zinco, rame e ottone, provocano ossidazione, buoni quelli stagnati e in alluminio, ideali in acciaio inossidabile).
La cera d’ape è una sostanza insolubile in acqua, per questo è ottimale per ospitare – all’interno delle celle del favo – una sostanza che ha una base acquosa come il miele senza che ci sia compenetrazione o perdita. La cera è g ià plasmabile a una temperatura di 35°, e la sua temperatura di fusione è relativamente bassa (62-66°). Anche se può fondersi in presenza di solventi chimici (cloroformio, solfuro di carbonio, essenza di trementina, benzolo) è una sostanza sostanzialmente inerte, per questo si presta bene a essere utilizzata come protettivo o come isolante. In fusione, può essere mescolata a sostanze grasse. E’ resistente alla maggior parte agli acidi e agli enzimi digestivi della maggior parte degli animali. E’ più leggera dell’acqua sia allo stato solido che liquido.
Le sue caratteristiche hanno permesso che venisse utilizzata in una grande varietà di ambiti: dalla fabbricazione di candele alla scultura, al trattamento del legno ediversi tipi delle superfici, come sostanza portante in cosmesi e farmaceutica.